domenica 28 ottobre 2012

Colpi, legnate e sputi in faccia: Igor racconta il suo Ironman non proprio "tranquillo"

Igor Nastic. 
L’Ironman delle Hawaii e quel fascino che lascia l’amaro in bocca
di Igor Nastic@distanza.ch

Per un triatleta la quotidianità non è mai sinonimo di noia o routine. Si pensi al fatto che a parte pochi privilegiati, la maggior parte degli atleti – come il sottoscritto – pratica questo sport per pura e semplice passione e dunque oltre al lavoro, nel mosaico giornaliero fatto di 24 caselle da 60 minuti, inserisce gli allenamenti in almeno una delle tre discipline, senza calcolare le sedute di forza, lo stretching, i massaggi e altro ancora. Ci spacciamo un po’ per Ironman per l’appunto. Per coloro che hanno preso parte al prestigioso Ironman delle Hawaii del 13 ottobre (ben quattro i ticinesi presenti) terminati gli intensi mesi di preparazione e dopo un interminabile viaggio con almeno due scali, si viene catapultati nella tranquilla Kailua-Kona di Big Island (Hawaii) che nel giro di pochi giorni diventa la Mecca del triathlon mondiale.
Presente a questo appuntamento per la terza volta, vi erano alcuni luoghi, alcuni piccoli rituali ai quali volevo prendere parte. Per esempio la visita quotidiana al Lava Java, un piccolo e simpatico bar dove fare abbondanti colazioni, ma soprattutto luogo ideale per incontrare i Campioni di Ironman che solitamente vengono seguiti su Youtube, Facebook e qualche rivista patinata. Con vista mare e direttamente sulla mitica Ali’i Drive dove si corre la prima parte della maratona e lungo la quale alloggiano la maggior parte degli atleti, sono imperdibili alcuni piatti; dalle uova con pancetta, troppo bello pronunciare eggs&bacon, accompagnate da mastodontici cappuccini o frullati da Incredibile Hulk, per passare ai più sani cereali con frutta, indicati per l’occasione con i nomi di alcuni atleti che ruotano attorno a qualche sponsor in collaborazione con il locale.
A poche centinaia di metri, dopo aver passato l’autentico mercato di frutta e verdura e i coloratissimi negozi di magliette e souvenir in stile Disneyland, si trova il Pier dove parte la gara. Un luogo di per sé bruttino e anonimo, che grazie ad una scalinata di cemento porta ad una spiaggia di pochi metri e che in pochi degnerebbero di uno sguardo se non fosse per il fatto che si passa proprio dall’irregolarità di quegli scalini per iniziare la prima tratta dell’Ironman. Granelli di sabbia che vengono calpestati da tutti gli atleti che prendono parte a questo evento: dal vincitore al menomato aiutato, nel compiere il miracolo di portare a termine la gara, dalle sofisticate protesi in carbonio, dal delirio della forza di volontà, da qualche Dio e soprattutto dalla Coca-Cola. Bevanda che in gara, dopo che lo stomaco viene maltrattato per ore con l’ingestione di gel energetici e bevande saline, diventa una sorta di pozione magica, benché sia servita in borracce dal penetrante odore di plastica e che spesso, pur essendo il più delle volte sgasata e calda, traghetta tutti alla “Finish line” dove l’instancabile speaker grida per oltre 2000 volte, questo all’incirca il numero degli atleti che portano a termine la gara, “You are an Ironman”!
In uno spazio di pochi chilometri migliaia di atleti alloggiano e soprattutto si allenano a tutte le ore del giorno (e della notte). C’è chi in preda all’emozione confonde la settimana di scarico con quella di carico, completando l’opera di devastazione psico-fisica il giorno della gara. Durante il big day dell’Ironman l’energia caricata nelle ore precedenti si sprigiona come uno tsunami di adrenalina. La partenza del nuoto somiglia ad una sfida con la prima linea dei temibili All Blacks. Infatti, come spesso accade, quando hai intenzione di partire con il primo gruppo, ti ritrovi a scalciare con atleti piuttosto impacciati, ma soprattutto lenti nel nuoto e che ad ogni costo vogliono vivere il proprio 5 minuti di gloria partendo a tutta e scoppiando dopo poche centinaia di metri intralciando gli avversari. E così ti prepari a ricevere una raffica di bracciate sulla testa e sul corpo, mentre ti chiedi se continuare questa corsa folle o se andare a fare il bagno coi delfini. Poi, quando prevale l’istinto di sopravvivenza, per una strana legge di compensazione, nel giro di un attimo ti abbruttisci e inizi a ridarle le bracciate a chi ostacola la tua missione sportiva. Dalle riprese subacquee sembra tutto bello e armonioso, mentre nella realtà stai prendendo parte ad una performance sulla sopravvivenza per la quale hai pure dovuto pagare alcune centinaia di dollari. Il mio fiuto quest’anno mi ha portato a cercare una soluzione per evitare almeno all’inizio il confronto con la massa e così mi sono posizionato all’estrema destra della linea di partenza con l’intenzione di puntare direttamente sulle boe di indicazione. Strategia voluta per cercare, come tre anni fa, di essere il primo ad uscire dall’acqua tra gli atleti non professionisti. Scelta infelice visto che l’onda furiosa provocata da centinaia di atleti mi ha letteralmente scaraventato contro i surfisti che tracciavano la traiettoria verso le boe. Traiettoria diventata una linea di demarcazione anarchica e che oltre alle violenti bracciate mi ha permesso di assaporare le legnate contro le tavole da surf. Poco male, pur avendo perso secondi preziosi, nella tratta in bici ero posizionato bene e così ho ripreso a sorridere nell’abominevole e rovente lingua di cemento che attraversa il deserto lavico portando ad Hawi, ovvero al giro di boa della tratta in bici. Nella vita la felicità dura pochi attimi, figuriamoci in un Ironman, e così la faccio breve perché mi dà noia il solo pensiero di descrivere l’episodio. Mi sono beccato 4 minuti di penalità dopo soli 40km perché a detta dell’arbitro Cyber-German-Punk-Barbara ero in scia. Certo, perché da pollo d’allevamento intensivo mi metto a fare scia proprio con il gruppo di inseguitori e con alle calcagna da alcuni minuti l’arbitro Cyber-German-Punk-Barbara! Fermato alla tenda del Penalty box, invano me la sono presa con i giudici che avevano solo il compito di tenermi fermo per 4 minuti e contrassegnarmi il numero con una riga rossa. Mentre inveivo contro l’ingiustizia, protetto dalle divinità dell’Isola, sotto i nostri occhi decine, ma diciamolo pure, centinaia di atleti erano in scia, chi più e chi meno, punibili in massa. Ma le penalità non sono piovute. E penso che la siccità regnerà a lungo. L’Ironman è una ditta di emozioni dello sport estremo e chi vi partecipa, che lo voglia o meno, deve stare a questo gioco. Ma durante la gara non c’è tempo per queste riflessioni e così sono rimasto su questa giostra fino alla fine. Mi è dispiaciuto incontrare il compagno Nicolas in difficoltà nella maratona: con quanto accaduto avrei voluto terminare la gara con lui. E avrei voluto passare il traguardo vestito da clown, quello di Stephen King per intenderci. Ma questo è l’Ironman e a volte questa è la vita. Tagliato il traguardo avevo voglia di pizza, di un massaggio, di una Long Board (birra prodotta a Kailua-Kona) e di abbracciare chi mi ha accompagnato a quella che comunque resterà una bella esperienza sportiva. E soprattutto umana. 
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