giovedì 3 novembre 2011

Igor Nastic racconta il suo Ironman 70.3 di Miami

MIAMI ORE 7 Il gruppo dei PRO in attesa dello sparo che darà il via alla gara (Igor è l'atleta tutto a sinistra).

Qualche giorno di (meritato) riposo a Palma de Mallorca. Sdraiato a godersi gli ultimi scampoli dell'estate spagnola. Un drink sul tavolino, lo sguardo verso il cielo azzurro e i pensieri che corrono ad una stagione appena conclusa che lo ha visto protagonista. È tempo di bilanci e di nuovi progetti, il 2012 si preannuncia ricco di belle promesse. Ma intanto ecco il bel racconto dell'ultima gara alla quale ha preso parte Igor Nastic in questa stagione, il 70.3 di Miami.
  
IL MIO IRONMAN 70.3 DI MIAMI
di Igor Nastic 

Tempo da lupi metropolitani all’ombra dei grattacieli di Miami. La gara dei professionisti ha inizio alle 7.00. Seguono per oltre un’ora e mezza le diverse “wave”, ovvero le onde dei gruppi di età per un totale di circa 2500 atleti. Correre tra i PRO è un po’ il sogno di tutti gli sportivi. E poter vivere questi momenti mentre mi appresto a terminare la carriera – uno, due anni ancora? – è una gran bella soddisfazione.
Centinaia di atleti si riversano nella zona di partenza, mentre una trentina di PRO attendono sul pontile di potersi tuffare nell’oceano per fare qualche bracciata. Saranno loro ad aprire le danze. Il segnale dell’arbitro però si fa attendere perché è ancora buio pesto: c’è chi trema, chi pronuncia i primi “fuck” del giorno e chi come il sottoscritto sorride per la situazione. Finalmente dopo una ventina di minuti sotto la pioggia ci tuffiamo. L’acqua è scura, i maestosi grattacieli sono spettrali, l’attesa della partenza incute timore.
Finalmente lo sparo liberatorio fa girare le braccia a tutta. Esco col secondo gruppo: i primi nuotatori sono troppo veloci. Il cambio nuoto – bici avviene senza troppi intoppi. Cerco di tenere a distanza il gruppo di inseguitori formato da 6 o 7 atleti. Sono prudente, le strade sono bagnate, ci sono raffiche di vento. Vedo un primo atleta ritirarsi, nel frattempo il gruppo accelera. Non voglio correre rischi, li osserverò a distanza sulla lunga tirata che prevede il percorso. Nel frattempo mi raggiunge un atleta. È un missile e seguo le sue traiettorie. È una gara “no draft”, ovvero senza scia. Per i PRO è difficile mettersi in scia e sfuggire agli occhi vigili degli arbitri. Per fortuna! Per gli age group, invece, vi saranno dei veri e propri treni di scia. Al singolo decidere se stare o meno al gioco… sporco. Non ho tempo per queste riflessioni in gara. Arrivo ad un sottopassaggio, vedo un altro atleta ritirato e mi chiedo cosa stia succedendo. Non fa in tempo ad alzare il pollice per incoraggiarmi che perdo il controllo della bici sulla scivolosa pavimentazione nera che precede i binari. La bici da una parte, chiappe e scapole dall’altra. Qualche metro di scivolata sull’asfalto condito con sabbia e sassolini. Il film della gara sembra già terminato. Rientro sconfitto in zona cambio, mi scuso con l’amico Popo che mi ha accompagnato da Bellinzona a Miami e mi concedo una birra amara? No, non sono venuto a Miami per ritirarmi dopo 10km di bicicletta! Salgo sul mio mezzo, raddrizzo la manopola dei freni, controllo che non via sia nulla di rotto: l’anca fa un po’ male, ma nulla di grave. Guardo i poliziotti che attendevano sui binari e gli dico due cose: “I’m gonna finish the race” e prima di ripartire “Maybe it would be better if you tell the athtletes to slow down…”. Non mi interessa se l’ho pronunciato correttamente. Mi arrabbio con loro, mi arrabbio con le circostanze e mi arrabbio con me stesso. Riprendo la gara, la motivazione non è quella di prima. Mi superano 4 atleti nei successivi 20km. Non sono contento. A 30km dalla fine mi raggiunge ancora un avversario. Andiamo più meno alla stessa velocità. Nella correttezza prevista dal regolamento arriviamo in zona cambio con qualche decina di metri di distanza. Nel frattempo ci ha raggiunti un altro atleta. Dopo il cambio siamo in tre a poche decine di metri: i primi intanto sono già lontani, hanno già fatto l’andata e il ritorno del mastodontico ponte che collega Miami al suo porto. Sul ponte vi sono raffiche di vento al limite dell’assurdo, mi pare di correre sul posto. Proprio in quel momento a distanza di pochi minuti i due colleghi di gara cedono. Guardo la mia divisa a brandelli sulla coscia, la spalla e l’avambraccio bruciano. Qualcuno del pubblico grida “looking good!”. Sorrido e piango. Sangue, lacrime e pioggia. Al primo dei due giri scorgo Popo rimasto deluso. Lo abbraccio e riparto: è la nostra gara, sto dando il massimo. Il resto sono circostanze di fortuna e sfortuna. Termino la prova al 23.esimo posto assoluto: non mi batte nessun atleta degli “age group”. Posso essere contento, nel mio piccolo la mia gara l’ho vinta. Cadere e rialzarsi. O meglio: cadere è rialzarsi!
È stata una bella esperienza, ho capito diverse cose su cui lavorare nei prossimi mesi. Sono tornato nei paradossali States che mi lasciano sempre un misto di dolce e amaro, affascinandomi come sempre.
Un’esperienza indimenticabile. Forse il miglior modo per terminare l’entusiasmante 2011 sportivo: ripartire nel 2012 col sorriso e con un piccolo conto in sospeso…

Ricordiamo che per essere aggironati sulle imprese di Igor basta entrare nel suo BLOG personale (peraltro molto bello ed interessante) all'indirizzo http://www.distanza.ch/.
... da parte nostra un augurio ad Igor per un grande e scoppiettante 2012!
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